I cinque anni dall’entrata in vigore della Legge 38/2010 sulle disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore consentono di fare un bilancio sulla sua efficacia e sulle misure applicative finora messe in campo.

I protagonisti della stesura della legge e della sua successiva applicazione sono tutti concordi sul fatto che la promulgazione della norma sia solo un punto di partenza e che ancora tanto debba essere fatto affinchè il dolore sia trattato come ogni altro stato di malattia. In molte Regioni resta ancora da strutturare quella Rete del dolore che ha l’obiettivo di rendere più accessibili le cure antalgiche.

La Legge 38, una legge all’avanguardia

La Legge 38/2010 è considerata all’avanguardia a livello europeo in ambito di regolamentazione in tema di dolore, sia per il cambio di prospettiva che è alla base della sua promulgazione, sia per le applicazioni concrete che la sua entrata in vigore permette. È chiaro, d’altro canto, che cinque anni non possono essere sufficienti per valutare fino in fondo il potenziale della legge, anche se possono essere considerati un tempo congruo per un bilancio provvisorio. Per citare un esempio, la strutturazione dell’offerta assistenziale in reti hub & spoke che possano favorire l’integrazione tra ospedale e territorio è un processo evidentemente complesso che necessita di più tempo per essere portato a compimento.

Gli aspetti positivi

Secondo Guido Fanelli, estensore della legge e neo direttore del comitato scientifico della Fondazione Ant, attiva nell’ambito del supporto ai pazienti oncologici, la promulgazione della legge ha consentito di inserire le cure palliative nei LEA, i livelli essenziali di assistenza, di considerare anche il trattamento del dolore nella cartella clinica e nella SDO, di attribuire una categoria alle visite per la terapia del dolore, nonché di semplificare la prescrizione di farmaci antalgici. La nuova normativa, inoltre, rende la legislazione italiana tra le più attente alla questione del dolore nelle fasce di popolazione più deboli, in particolare i bambini e gli anziani. È stato fatto qualcosa di concreto, insomma, perché il dolore esca dall’indifferenza e sia effettivamente considerato un vero e proprio stato di malattia. La grande sfida, che alcune organizzazioni stanno peraltro raccogliendo, è comunicare i benefici della nuova norma, sensibilizzando i cittadini sulla questione.

I possibili miglioramenti

Qualcosa è stato fatto, dunque. Altro può essere ancora fatto, o migliorato. Lo stesso Guido Fanelli denuncia, per esempio, una scarsa cultura riguardo la prescrizione di farmaci oppioidi che, unita a carenze organizzative, frena l’innovazione in questo senso. Il coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, Tonino Aceti, ha invece posto l’accento sulle modalità di finanziamento previste per inserire l’accesso alle cure palliative nei LEA, affidate a progetti regionali da sottoporre all’approvazione del ministero della Salute. Altri interventi migliorativi possono essere apportati in tema di formazione degli operatori sanitari – aspetto tutt’altro che secondario – e di tutela dei diritti delle fasce di popolazione più fragili.

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